Amos Oz, uno dei 3 più famosi scrittori israeliani di oggi insieme a David Grossman e ad A.B. Yehoshua, noto anche per il suo sentito pacifismo.
Questo libro è praticamente la sua autobiografia inserita in uno scenario che rappresenta la storia di Israele negli anni trenta, quaranta e cinquanta. Un affresco con un numero enorme di personaggi dove ognuno ha una sua precisa caratteristica , importanza e collocazione. Oz “si racconta” andando avanti e indietro in continuazione tra un tempo “trapassato remoto” ed un tempo “passato remoto” portando, con le sue minuziose ma mai pedanti magistrali descrizioni, il lettore “dentro” le situazioni. Ho percepito gli odori, sentito il gorgheggio della capinera, i suoni del kibbutz, i canti di Nilli e della sua famiglia. Ho visto la sua mamma passare intere nottate seduta su una sedia. Ecco: la mamma, queata figura così diversa dalle mamme alle quali apesso ci ha abituato la letteratura israeliana, un po’ appiccicose, un po’ petulanti.
Per me è stata la mamma, la figura più importante del libro: bella, colta, di pochissime ma significative ed appropriate parole in contrapposizione alla verbosità del marito, in preda al “male oscuro” nell’ultima parte della sua breve vita conclusasi con un suicidio che ha segnato profondamente la vita di Amos, allora tredicenne.
Un libro da “gustare” lentamente per lasciarci il tempo di “vivere le situazioni” attraverso la lettura di parole che ogni volta meravigliano per la capacità di trascinarci con loro dentro un mondo oramai lontano.
Marinella
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